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La stregoneria non deve nulla alla New Age

  • 31 mar
  • Tempo di lettura: 6 min

Spesso riprendo in mano libri che ho acquistato in passato, sono sempre un po’ nostalgica io, ma questa cosa di rileggere, rivedere, cancellare e sottolineare di nuovo, mi aiuta tantissimo a capire come si evolve il mio pensiero in relazione con la stregoneria. Da brava acquario però, mi stanco delle cose. Ed ultimamente mi sono stancata dei termini e di alcuni concetti che mi fanno venire l’orticaria. C'è una cosa che noto sempre più spesso nel mondo della stregoneria contemporanea: un disagio diffuso, silenzioso, che molte praticanti sentono ma faticano ad articolare. La sensazione che qualcosa non torni. Che il linguaggio che usiamo non ci appartenga davvero. Che ci sia uno scarto tra quello che pratichiamo e come ne parliamo.

Quel disagio ha un nome: stiamo ancora chiedendo permesso alla New Age per esistere.


Due cose diverse che non dovrebbero mischiarsi

La stregoneria è una pratica radicata. Ha radici nella terra, nel corpo, nei cicli stagionali, nella memoria delle comunità. È sapere tramandato, gesto ripetuto, conoscenza concreta delle erbe, dei momenti, dei luoghi. Non ha bisogno di giustificarsi con nessun sistema di pensiero moderno.

La New Age è un prodotto culturale. Nata negli anni '60 e '70 in un contesto preciso — la contro-cultura occidentale, la ricerca di alternative alla religione istituzionale, il mercato del benessere emergente — ha costruito un linguaggio universale, accessibile, rassicurante. Energie, vibrazioni, manifestazione, allineamento, universo benevolo.

Mescolare le due cose non le arricchisce. Le annacqua entrambe. E ad annacquare ancora di più questo enorme minestrone urticante, c’è l’olistico, che con le sue genese, le pietre dei chakra, gli acchiappasogni, le candele colorate e gli incensi costosi ha trasformato la stregoneria in un'estetica. Un'estetica accessibile, fotogenica, acquistabile. Qualcosa da mettere sul comodino e su Instagram. Il problema non sono gli oggetti in sé — il problema è che sono diventati sostituti della pratica. Si compra la forma e si perde il contenuto. L’olistico ha fatto una cosa precisa: ha reso la stregoneria un prodotto di consumo. Ha preso una pratica che richiede tempo, attenzione e conoscenza incarnata, e l'ha impacchettata. L'ha resa acquistabile, replicabile, immediata. E quello che si perde in questo passaggio è esattamente ciò che la rendeva reale. Ci ha fatto credere che basti circondarsi degli oggetti giusti per essere una strega. Che l'estetica sia la pratica. Che il comodino carico di cristalli sostituisca la conoscenza, la memoria, il gesto preciso. Non è stregoneria. È decorazione.

In questo minestrone la stregoneria perde radici e precisione. Quello che resta è una poltiglia esteticamente gradevole e concettualmente vuota.


I riferimenti che abbiamo avuto sono figli del loro tempo

Alcune delle voci più importanti della stregoneria contemporanea — Phyllis Curott tra le prime — hanno fatto un lavoro enorme. Hanno portato la pratica fuori dalla clandestinità, le hanno dato dignità pubblica, hanno scritto con intelligenza e onestà biografica. Va riconosciuto.

Ma erano figlie degli anni '70. E gli anni '70 avevano un solo linguaggio disponibile per parlare di queste cose: quello del New Age nascente. Curott usa "divino" come parola-ombrello — il divino in te, il divino intorno a noi, il divino nell'universo — perché quel termine le permetteva di essere letta da tutti, di non escludere nessuno, di costruire un ponte tra la pratica e un pubblico vasto.

È una scelta comprensibile. Ma è una scelta strategica, non una verità.

E noi, cinquant'anni dopo, abbiamo continuato ad usare quel vocabolario come se fosse neutro. Come se "energia" e "vibrazioni" e "intenzione" fossero termini della tradizione invece che prestiti da un sistema di pensiero specifico, datato, e profondamente legato al mercato del benessere.

Il risultato è che oggi stregoneria, olistico e New Age sembrano sinonimi. E non lo sono.


Non c'è nulla di soprannaturale. C'è la natura.

Voglio essere precisa su questo punto perché è dove si gioca tutto.

Non c'è nulla sopra la natura. C'è la natura, e noi siamo dentro di essa — non sopra, non fuori, non in attesa che ci mandi messaggi. La stregoneria, in questa lettura, è la pratica di rientrare in quella relazione. Con i ritmi, con il corpo, con i cicli, con la materia concreta delle cose. Una relazione da cui la vita moderna ci ha sistematicamente allontanato.

Le sincronicità non richiedono spiegazioni soprannaturali. Richiedono attenzione. Quando smetti di vivere distratta e ricominci ad osservare, le coincidenze significative si moltiplicano — non perché l'universo ti manda messaggi, ma perché tu hai ricominciato a leggere il mondo. 

Questo è un pensiero più radicale e più onesto del "divino che è in te". Perché non ha bisogno di nessuna fede. Ha bisogno solo di lucidità e pratica.

E paradossalmente è più antico. Le streghe popolari non parlavano di divino — parlavano di sapere, di saper fare, di conoscere le erbe e i momenti e i gesti giusti. La dimensione sacra era lì, incarnata nella pratica, non fluttuante in un universo benevolo. 

È la realtà che è lì in attesa di essere riletta ed osservata di nuovo, non con un linguaggio che solo qualcuno può comprendere. La lucidità non è semplice “consapevolezza” che un universo rosa con i fiorellini colorati è qui per sostenerci e per mandarci segnali, la lucidità è avere il coraggio di tornare a vivere il reale, ciò che abbiamo qui, e di continuare a camminare si questa strada con determinazione e conoscenza.


La stregoneria è una forma di attenzione

La stregoneria è una forma di attenzione.

Non serve credere in nulla di straordinario per praticarla. Serve osservare — i cicli della luna, l'andamento delle stagioni, il ritmo del proprio corpo, il peso delle parole. Serve riconoscere che ogni cosa ha una natura propria, una qualità, un momento in cui agisce meglio o peggio. Le erbe, le pietre, il fuoco, l'acqua, il buio: non sono simboli di altro. Sono ciò che sono, e la loro forza sta esattamente lì, nella loro materia concreta.

Operare con questa lucidità significa imparare a muoversi in accordo con ciò che esiste — non piegarlo con la volontà, ma nemmeno subirlo passivamente. La strega conosce il terreno su cui cammina. Sa quando spingere e quando attendere. Sa che un nodo fatto al momento giusto, con la mente ferma e le mani che ricordano il gesto, ha un peso reale nel mondo reale.

Non c'è bisogno di invocare forze cosmiche o affidarsi a un universo benevolo. C'è la corrente delle cose — stagioni, fasi, maree, umori — e c'è la pratica di imparare a leggerla. Il lavoro stregonesco è questo: sviluppare un senso fine per ciò che si muove, e una mano precisa per intervenire nel momento giusto, nel luogo giusto, con la formula giusta.

La memoria conta. L'eredità conta. Quello che hanno saputo fare le donne prima di noi non era superstizione — era custodia di una conoscenza pratica, incarnata, trasmessa. Recuperarla non è nostalgia. È radici.

Il resto è silenzio, e il silenzio fa parte del lavoro.


La New Age è consumista. La stregoneria no.

C'è un paradosso che vale la pena nominare chiaramente.

La New Age (come l’olistico) si spaccia per rivoluzionaria e alternativa. Ma è profondamente consumista e rassicurante. Ti vende cristalli, affermazioni, legge di attrazione — strumenti per ottenere, per manifestare, per stare meglio. Promette facilità, luce, abbondanza, un universo che provvede. È il mercato travestito da spiritualità.

Quello che sto descrivendo è più scomodo. Richiede di fermarsi, osservare, fare fatica, stare nel dubbio. Non promette nulla di straordinario — promette qualcosa di molto più raro: il contatto con ciò che è reale. Non ha packaging. Non si vende facilmente.

Ed è esattamente per questo che è più vera. Ed è esattamente questo il motivo per cui molte di noi si sentono a disagio; perché la stregoneria è stata svuotata della sua essenza, presa in giro, catalogata come pratica da figli dei fiori.


Perché adesso

La Curott ha dovuto usare il linguaggio del suo tempo per farsi ascoltare. Allora non c'era alternativa — o usavi quel vocabolario o non raggiungevi nessuno.

Adesso esiste un pubblico che quel linguaggio lo riconosce e ne è stanco. Persone che hanno comprato i cristalli, fatto i rituali di manifestazione, letto i libri sulle energie lunari — e ad un certo punto hanno pensato: ma questa cosa non mi cambia nulla davvero. Questa cosa non mi rispecchia.

Quel pubblico esiste. È silenzioso, un po' disperso, spesso si vergogna persino di dire che pratica perché non vuole essere associato all'estetica delle candele su Instagram.

È il momento di parlargli in modo diverso. Con un linguaggio radicato, preciso, privo di promesse facili.

La stregoneria non deve nulla alla New Age e all’olistico. È più antica, più esigente, e più reale.

 
 
 

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