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Il tempo sospeso tra Yule ed Imbolc

  • 14 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è un tempo dell’inverno che non fa rumore, un tempo di mezzo che vive tra Yule e Imbolc, dove il freddo persiste, la luce resta soffusa e tutto sembra invitare ancora al riposo, all’attesa, al silenzio custodito dalle candele accese.



Un momento che ci sembra sospeso, ma che in realtà ci da la possibilità di poter ancora riposare, sostare, fermarci a pensare a come la terra, nel suo silenzio, stia in realtà lavorando per tornare viva in primavera. È ancora tempo di accendere le luci basse, di mettere maglioni grandi…è ancora tempo di film coccola e di candele che profumano la casa. Abituiamoci all'idea che l'inverno non è un punto, ma un tempo disteso. 


Non è un’idea nuova, questa dell’inverno come tempo lungo e continuo: anche nelle tradizioni antiche l’inverno non era racchiuso in una sola festa o in una data precisa, ma veniva percepito come una stagione estesa, che iniziava con le celebrazioni solstiziali e accompagnava la terra e gli esseri umani fino al lento riemergere della luce primaverile. 


Non esiste una frattura netta; i nostri antenati, che osservavano i cicli e le stagioni, sapevano che Yule non finisce davvero, ma continua a vivere nei mesi successivi. Riconoscevano l’idea che tali stagioni si rispecchiavano anche nel mondo interiore e tutto tornava in equilibrio, tornava a vivere e scorrere insieme, come un’unica energia vitale. L’inverno è come un grande grembo più che assenza di vita. Il mondo pre-cristiano, agricolo e ciclico, lo sapeva bene…si onorava il buio come la luce, i campi come fonte di vita; si osservavano i cambiamenti del cielo, i movimenti del terreno. E soprattutto onoravano l’importanza del tempo dell’attesa e del riposo prima della ripresa. 


Quando il cristianesimo si affermò, il popolo non era disposto a rinunciare ai propri ritmi e alle proprie feste: così, più che cancellarle, la Chiesa le assorbì, le smussò

e le rinominò, dando vita a un intreccio culturale in cui riti antichi sopravvivono sotto nuovi nomi e simboli cambiati solo in apparenza, camuffati ma mai davvero scomparsi. Ed ogni momento dell’anno si può ricollegare ad antiche ritualità: ora, quando il cielo si fa chiaro e sembra voglia scendere ancora neve, quando le finestre si appannano e racchiudono piccole luci di speranza, andiamo incontro a ciò che un tempo veniva chiamato Imbolc, ed ora conosciamo come Candelora.


L’energia è praticamente la stessa: quella della dea Brigit\Santa Brigida, le tradizioni portate dalla non lontana cultura celtica, la benedizione e l’importanza delle candele, come simbolo di luce e purificazione. La promessa di una rinascita. Abbiamo carnevale, una parentesi antichissima che ci ricorda di sovvertire il sistema anche se tutto sembra ordinario e sempre uguale. Il Carnevale appartiene a questo tempo di mezzo come un ultimo respiro fuori dalle regole: il mascheramento, nell’antico, non era solo gioco ma soglia, un modo per sospendere l’ordine, confondersi, lasciare emergere ciò che doveva essere visto prima del ritorno al silenzio e alla purificazione. Il periodo quaresimale, oggi visto come rinuncia, un tempo visto come momento di preparazione, svuotamento, riordino. 

Perché è importante tornare a leggere queste feste: non per “tornare indietro”, ma per riconnettersi alle proprie radici.

Torniamo a vedere l’inverno non come tiranno ma come maestro: ci insegna a stare, ad aspettare, a non forzare la luce. Il tempo che ci aspetta è una soglia che ci traghetta verso una stagione diversa. Se ci fermiamo e contempliamo il silenzio, riusciremo ad ascoltare i primi movimenti sotto terra.


Gennaio, dedicato a Giano, è il mese delle soglie e degli sguardi doppi, che osserva insieme ciò che è stato e ciò che sta per arrivare; febbraio, legato alle februa, è invece il tempo della purificazione, del ripulire e del preparare il terreno, fuori e dentro, a ciò che tornerà a fiorire. Tutta questa energia è un invito gentile a restare in questo passaggio senza fretta, ascoltando il tempo che lavora in silenzio e lasciando che ogni cosa torni alla luce quando sarà pronta.



 
 
 

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